L'INCONTRO
Ecco come due menti diverse hanno prodotto un racconto a volte reale a volte surreale.
Un altro appuntamento con Andrea Venturotti e i suoi racconti!
Buona lettura!
Un altro appuntamento con Andrea Venturotti e i suoi racconti!
Buona lettura!
IL DESTINO HA SEMPRE RAGIONE
DI GIULIA DE NUCCIO
Il caldo non ne voleva sapere di
concedere una piccola e breve tregua.
Milano alle due del pomeriggio era
deserta, nessuno osava mettere nemmeno un dito fuori casa. I giorni di caldo
sembravano non terminare mai e nemmeno un misero tuffo nella piscinetta della
nipote del suo fidanzato l’avrebbe salvata da quel martirio.
Quel giorno, aveva deciso di sfidare
qualsiasi regola ed era uscita.
Aveva girato tutte le case editrici di
Milano e persino della provincia, tutte quel giorno! Le sembrava di aver girato
mezzo mondo. Possibile che in tutto quello spazio immenso nessuno volesse
almeno dare un’occhiata al suo romanzo? Una piccola occhiata distratta? No
nulla! Niente di niente!
Francesca era stufa, si era ripromessa
di emigrare se nessuno le avesse dato una possibilità. Forse in un altro paese
le cose sarebbero andate meglio, forse le chance bisogna cercarle meglio?
“Possibile che in Italia non si dà mai
spazio alla creatività e al talento?”continuava a pensare ogni volta che usciva
da una casa editrice e ne rimaneva delusa.
Si diresse verso la metropolitana,
l’aria calda la stava facendo impazzire, doveva tornare assolutamente a casa,
dalla sua aria condizionata e la sua pace nella periferia di Milano.
Imboccò il tunnel della metropolitana,
con lo sguardo fisso verso l’ignoto e il vuoto. Si sentiva sola in mezzo a
tanta gente, il vociare delle persone di ritorno da chissà quale lavoro, che
lei non avrebbe mai avuto, la facevano sentire come in una campana, i suoni
erano assordanti e sopiti dalla sua mente impegnata a pensare a cosa era andato
storto anche quel giorno.
La voce falsa e metallica della linea
rossa annunciò l’arrivo della sua metro, le porte si aprirono e come un fiume
in piena all’apertura della diga, la gente scese freneticamente, quasi stesse
raggiungendo qualcosa di incredibilmente desiderabile. Francesca lì osservò
annoiata e spazientita, odiava quell’aspetto della metro, sempre piena, ma mai
di gente interessante.
Salì e si posizionò in piedi vicino
all’uscita. Non doveva fare molte fermate, poteva lasciare il posto a qualcun
altro. Come al solito c’era sempre
l’ultimo, quello che correva e apriva le porte al volo prima che il macchinista
le bloccasse definitivamente.
Francesca guardava sempre storto
quelle persone, che fretta potevano avere? C’era una metropolitana ogni minuto.
Che sarà mai un minuto?
Alzò lo sguardo pronta a maledire
quella persona, ma nel momento in cui il suo sguardo incontrò quello del
malcapitato ritardatario, Francesca ebbe come un sussulto, come se si trovasse
nel film Sliding Doors.
Lo riconobbe, era lui, proprio lui, il
suo compagno di università, il figlio di uno dei più grandi editori di Milano,
quello che non aveva voglia di scrivere neanche un tema, ma che avrebbe
pubblicato tre libri solo durante la sua carriera universitaria.
Girò lo sguardo, fece finta di non
aver capito, di non essere lei, di non aver visto nessuno, aveva voglia di
sprofondare, di fuggire, ma mancavano ancora tre fermate.
“Ma perché ho il vizio di osservare la
gente! Accidenti!” pensò fra se e se, mentre si malediceva per non essere più
spavalda e andare a parlare con Pierandrea! “Ma poi che razza di genitore sano
di mente può dare un nome del genere al proprio figlio?” pensò divertita
Francesca.
Proprio quando aprì il suo libro, si
immerse nella lettura, senza degnare di uno sguardo Pierandrea, si sentì
chiamare.
“Francesca, ma quanto tempo!”
“Oh Pierandrea, non ti avevo
riconosciuto!”
“Per favore, chiamami solo Andrea,
siamo amici no?”
“Ehm si, certo!”
“Che fai di bello?”
“La disoccupata!”
“Ma come? Una ragazza brillante come
te?”
“Si vede che non basta!”
“Senti, scrivi ancora?”
“Certamente, ma credo che il mio
futuro non sia più la scrittura!”
“Non dire sciocchezze, sarò anche un
tipo come dire..”
“Raccomandato?”
“Hai ragione, sono raccomandato, ma ho
fiuto per i talenti e di te mi ricordo molto bene!”
“Allora perché non mi hai mai chiamata
inutile idiota!” pensò nervosamente Francesca.
“Scusa forse sono troppo sfacciato!”
“No figurati!”
“Senti so che magari può sembrare come
dire, un calcio d’angolo, ma questo è il mio biglietto da visita, chiamami!”
Francesca prese quel minuscolo pezzo
di carta, lo osservò, la grafica era semplice, ma efficace, lo prese e lo mise
in tasca, non aveva nulla da perdere in fondo.
“Grazie Pierandrea! Ne terrò conto!”
“Andrea...please! E non tardare, il
treno passa una volta sola!”
“Andrea please!!” bofonchiò Francesca
tra sé con un lieve sorriso.
Scese dal treno così come ne era
entrato: di corsa! Francesca non sapeva cosa pensare, mise il biglietto in
tasca e scese alla fermata successiva. Il sole si era nascosto dietro le
nuvole, il vento si era fatto fresco, forse il tempo voleva darle una tregua
per farla riflettere bene sul suo futuro.
Per tutto il tragitto pensò a cosa fare, si sentiva combattuta. Non
voleva chiamare, non voleva essere raccomandata, ma il suo sogno poteva
realizzarsi.
Tornò a casa, si preparò una tazza di
caffè e accese il suo pc. Aprì il
programma di posta elettronica e per la prima volta la pagina bianca sembrava
volesse rimanere tale.
Scrisse una mail breve, concisa e
piuttosto formale, era il massimo che poteva fare. Aggiunse il suo file in word
e con un attimo di esitazione cliccò sul tasto “INVIO”.
Dormì tutta la notte, non aveva nulla
da perdere e in fondo una bella dormita non le avrebbe fatto di certo male.
La mattina seguente si alzò presto, si sentiva ispirata, avrebbe scritto un bel
articolo sul suo blog, quel giorno sarebbe stato dedicato alla scrittura!
Il computer si accese, era pronto per
l’uso, Francesca esitò per un attimo, non sapeva se guardare la posta
elettronica o lasciare passare almeno quel giorno. Pierandrea era stato
piuttosto chiaro, doveva sbrigarsi, ma Francesca temeva che questa fretta
riguardasse solo lei. Aveva paura di rimanere delusa per l’ennesima volta, ma
poi pensò che non aveva nulla da perdere, perciò aprì la posta.
“Gent. ma Francesca,
il nostro ufficio stampa ha visionato il suo operato. Siamo lieti di
informarla che troviamo il suo romanzo interessante, le proponiamo un incontro
con il nostro responsabile Pierandrea Garzanti, lunedì alle ore 08:00 presso la nostra sede.”
Un lieve e speranzoso sorriso fece
muovere le sue piccole labbra, i suoi occhi si aprirono in un piccolo e
silenzioso pianto di gioia.
ANDREA VENTUROTTI
Incontrai me stesso in un posto nuovo.
Nulla da bere, nulla da mangiare, nulla che ci potesse in
qualche modo distrarre da quello che da li a poco ci saremo dovuti dire.
Adesso ci diciamo tutto quello che non ci piace di noi ok?
“ok” rispose l'altro me.
“Io odio quando accenni quel cazzo di sorriso alle persone che non ti danno nulla e alle quali dici sempre e comunque di si. Per cosa poi? Per sentirti utile e avere uno scopo nella vita?” cominciai.
“Io odio quando accenni quel cazzo di sorriso alle persone che non ti danno nulla e alle quali dici sempre e comunque di si. Per cosa poi? Per sentirti utile e avere uno scopo nella vita?” cominciai.
“Ah si? Vogliamo parlare dei tuoi datori di lavoro che ti hanno
fatto tante promesse per poi lasciarti a casa senza dirti nemmeno addio? Ah, è
vero, non ti avevano nemmeno dato il benvenuto, che pretendo!” ribatte quella
carogna.
“Senti bello, non è colpa mia se incontro tutti stronzi che
macinano parole su parole e poi quando devono mettere una mezza sigla su un
contratto si tirano indietro!”gli risposi senza battere ciglio.
“Certo, il problema è che sei tu il sognatore che pensa
sempre che tutto andrà per il meglio. Cosa credi? Credi davvero che
impegnandoti al 110% a gratis quei due stronzi che ti danno lavoro ti
pagheranno di più? Ah no! Ritorniamo al discorso della soddisfazione personale.
Tutte puttanate, che ti piaccia o no!”. Rincarò la dose.
“Ma parli proprio tu che hai intenzione di scrivere non uno,
ma ben due libri in contemporanea senza aver mai studiato mezzo poeta? La
poesia non la capisci, i romanzi non li ricordi a meno che non ti scrivi dieci
pagine su chi sono i personaggi e tutto il resto. Come puoi pretendere di
scrivere un TUO libro eh?”
“Ce la farò, rincoglionito! Sempre meglio che stare davanti
ai videogiochi e comprare centinaia di cose elettroniche che manco ti servono!
Devo ricordarti gli ottimi 160€ spesi in una console portatile che hai acceso
due volte?”. Lo punzecchiai.
“Quello si chiama collezionismo e passione, se non te ne
fossi accorto, camera nostra è una figata pazzesca con tutta quella roba, e
comunque, pensi davvero che un giorno riuscirai a pubblicare un libro? Davvero
pensi che potrai guadagnarci qualcosa? Conoscendoti lo pubblicherà il primo
stronzo che passa e prenderà i soldi che ti spetterebbero a te”.
“Sinceramente non trovo che un sacco di videogiochi messi su
uno scaffale rendano la nostra camera bella. Lo sai che abbiamo due gusti
differenti in quanto a bello. Tu pensa ai videogiochi che io penso a comprare
montagne di libri e un sacco di film belli. Quelli si che sono ricordi belli!”
“Mi dispiace, perchè comunque ci metti l'anima, e qualcosa in
cambio meriteresti, e invece mi tocca sopportarti quando giustamente ti tocca
prenderti del tempo per te stesso semmai rischi l'esaurimento. Dimmi. Ma a te.
Che cazzo ti piace fare? Non te l'ho mai chiesto in 21 anni!”.
“Odio il silenzio. La parte peggiore della giornata è quella
che mi costringe ad andare a letto e prendere sonno, senza dover pensare a
nulla, in attesa della modalità stand by. Odio non avere il tutto sotto
controllo, il non sentire nulla attorno a me, il sentirmi ovattato da tutto il
resto. Devo sempre restare a contatto con la realtà. Si dice che ogni sera si
sogna. Com'è che io sogno una volta ogni 4 anni come le olimpiadi? Mi piace
circondarmi di gente, musica, odori, film, libri... ogni cosa che possa
raccontare una storia. La vita per me è circondarmi di tante storie diverse e
passarmele in testa ogni sera e cadere nel sonno per sfinimento più che per
piacere. Mi piace viaggiare. Se penso che vivendo Parigi per soli tre giorni
avrò materiale sufficiente da raccontare centinaia di storia, mi chiedo come
sarebbe vivere ogni posto del mondo anche per solo un ora. Vivendo una vita che
corre spedita come un TGV ho capito che i cinque minuti che la gente definisce
come “attimo” in realtà sono cinque minuti che possono cambiare l'andamento di
una giornata. Non ragiono più a minuti da anni. Ormai viaggio la mia vita secondo
per secondo, apprezzando o disprezzando ogni cosa. Ho un'idea e un pensiero su
tutto. Questo è quello che mi piace fare. Appena scopro di non sapere un
qualcosa cerco di arricchirmi in qualunque maniera possibile. Amo arricchirmi.
Ecco cosa mi piace fare. Ogni cosa che ho intorno in qualche modo, nel bene e
nel male, mi arricchisce. Poi come ovvio che sia ci sono le cose, cosi come le
persone, che passano nella tua vita per cinque minuti e vengono ricordate come
una foto sbiadita, altre, passano e ti si incastonano nel cuore come un
diamante si alloggia in un anello secolare. Che tu ci creda o no, caro me
stesso, serpe che non sei altro, a me la mia vita piace e sono orgoglioso delle
passioni che mi porto dietro. Tu pensa a farmi la paternale quando le cose
vanno male. Io, nel mentre, continuo a vivere e godere di ogni cosa che questo
gigantesco viaggio, tutt'altro che infinito, mi regala secondo dopo secondo”.
Mi alzai da quel posto che nuovo più non era. Diedi uno
schiaffetto affettuoso al me stesso li davanti e lo lasciai con la bocca
spalancata e gli occhi vitrei.
Questo racconto, ovviamente personale, vuole essere un
incontro, più che con se stessi, con la vita in generale. Non possiamo sapere
il posto in cui andremo, ma possiamo e dobbiamo essere consapevoli di chi
siamo.


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