Un giorno, un incontro
Oggi ero in vena di ricordi, ho rispolverato un vecchio racconto che ho scritto qualche anno fa! Che dire divertitevi :-)
Alessandro
Era tornato in quel luogo dall’odore stantio, i muri traspiravano
ancora quell’atmosfera magica che lo aveva stregato fin da subito, lo
guardavano come avessero preso vita dandogli il benvenuto. Li guardò con aria
felice e li salutò anche lui, chissà cosa avrebbero potuto raccontargli se solo
avessero avuto la parola?
Si sedette sulla panca in prima fila, lo aveva ospitato per anni, la
calda consistenza del legno lo fece sentire a casa. Era come tornare in un
luogo della propria infanzia e vederlo ancora con gli occhi del bambino che lo
aveva abitato.
La guardò ancora una volta, anche se non ne aveva bisogno, il suo corpo
conosceva bene ogni angolo di quell’aula, il luogo dove si sentiva bene, al
sicuro, dove avrebbe imparato nozioni e avrebbe conosciuto qualcosa che non
avrebbe mai più dimenticato. La grande
cattedra era ancora al centro dell’aula, leggermente sollevata dalla pedana
verde bottiglia, la lavagna nera ancora sporca di gesso si adagiava su un muro
bianco troppo piccolo per contenerla, il pavimento in marmo freddo persino al
tocco delle scarpe, era opaco, contrastava con la vita dei muri che lo
circondavano.
Non riusciva a smettere di ricordare, di pensare alla sua vita passata,
a quegli anni così impegnativi, ma così spensierati.
Durante quegli anni aveva avuto fretta, voleva andare là dove gli
sembrava impossibile arrivare, il suo
corpo gli diceva di rallentare, ma lui doveva andare, ardeva dal desiderio di diventare qualcuno.
Alessandro era tornato in quell’aula per stare dall’altra parte della
barricata. Doveva incontrare duecento studenti che probabilmente sarebbero
rimasti incantati dalle sue parole,
oppure si sarebbero annoiati a morte, sbadigliando e facendo commenti poco
carini. Ogni volta che doveva presentare un romanzo o parlare di scrittura in
pubblico per i suoi seminari, aveva
paura. Per un attimo si sentiva indifeso, non all’altezza, ma poi guardava quei
volti seri, attenti e tutte le sue insicurezze si allontanavano, riusciva a
relegarle in un angolo. A volte aveva l’impressione di poterle osservare, come
avessero una forma, le guardava con aria di sfida, ma loro avevano capito, il
loro posto era altrove. Mancavano ancora
trenta minuti all’arrivo dei suoi alunni,
si concesse ancora un pò di nostalgia.
Rebecca
Aveva solo dieci anni quando si trasferirono a Milano, era l’ennesimo
trasloco che doveva sopportare. Suo padre un diplomatico Italiano era costretto
a viaggiare spesso e aveva deciso di portarsi dietro la famiglia.
Ricordava ancora quel giorno, quando ricevette la notizia che i viaggi
avrebbero fatto parte della sua vita e forse sarebbero stati la sua unica vita.
Alfredo entrò in casa, una delle tante, gli occhi erano ricoperti da un piccolo velo umido, Rebecca lo guardò
con aria interrogativa, non capiva, “perchè papà piangeva?” Dentro di lei
qualcosa la spinse ad abbracciarlo.
Nonostante Alfredo fosse fiero del suo lavoro, la parte del viaggio per lui era
sempre molto difficile da affrontare, soprattutto quando doveva comunicare alla
sua famiglia che dovevano allontanarsi dalla vita che si stavano costruendo, ad
ogni viaggio, una vita finiva e ne cominciava un’altra.
Rebecca si sentiva esausta, lei non aveva scelto tutto questo, non
riusciva ad avere amici, non aveva una casa e non aveva nemmeno un fratello da
torturare, aveva solo 10 anni! Come poteva una bambina così piccola avere così
tante vite?
Era intrappolata, costretta a sottostare al volere dei suoi genitori,
ma cosa aveva fatto di male per essere portata in giro come un pacchetto da
consegnare senza destinatario? Non conosceva la risposta, sentiva solo un
grande senso di vuoto che si espandeva sempre di più, ormai era parte
integrante di lei.
In ogni luogo, pur essendo bello e confortevole, si sentiva un’intrusa,
era inutile sforzarsi di socializzare con altri bambini, tanto sapeva che li
avrebbe lasciati.
Il primo giorno a Milano della sua ennesima nuova vita, l’aria era
fredda, le sfiorava il viso arrossandole le guancie. Aveva immaginato Milano
come una città triste, buia, piena di gente frenetica e scostante, quel giorno nonostante le temperature polari,
il sole sorgeva alto e luminoso. Rebecca pensò a quanti luoghi aveva visto, si
sentì persa, aveva cambiato troppe città per poter credere di essere finalmente
parte di qualcosa. Cosa poteva esserci
di diverso a Milano?
Rebecca guardò la luce del sole forse più di quanto i suoi occhi
sarebbero stati in grado di sopportare, lasciò entrare il calore nel suo
piccolo corpo e ne assaporò la dolcezza. Si concesse un momento di fantasia,
immaginò Milano come la sua città, immaginò di essere nata lì e di avere la
vita che da tempo desiderava forse non era tutto perduto.
Poi tornò alla realtà e non riuscì a trattenere una lacrima.
Pensò che l’indomani sarebbe dovuta andare a scuola, non aveva nessuna
voglia di rivivere di nuovo quel momento. Ogni volta che metteva piede in
un’aula si sentiva oggetto di un’attenzione non desiderata, gli sguardi
indagatori dei suoi compagni, la spogliavano di qualsiasi difesa, in quel
momento si sentiva colpevole, come se avesse commesso qualche imperdonabile
crimine.
Un giorno di aprile, suo padre tornò
a casa felice, in una mano aveva
dei fiori scintillanti e rossi e nell’altra un pacchetto accuratamente
preparato. Rebecca riconobbe la carta, era quella della sua pasticceria
preferita.
Alla vista di tanto ben di Dio, ebbe un momento di sussulto, aveva
paura, se avesse dovuto cambiare casa ancora, ma lei questa volta sarebbe
rimasta a Milano anche a costo di vivere per strada.
“Rimarremo qui per sempre amori miei!” la voce di suo padre risuonò
fiera e felice nel suo cuore. Rebecca non sapeva più come manifestare la sua
gioia, cominciò a saltellare, ad abbracciare suo padre, la madre la domestica,
il cane e l’orsacchiotto che portava sempre con se ad ogni viaggio, unico suo fedele
amico.
Non avrebbe mai dimenticato quel giorno, in ogni momento di sconforto
ripensava a quella gioia infinita, a quel desiderio di appartenenza ad un luogo
che le era mancato per la maggior parte della sua infanzia.
Adesso non aveva più paura, Milano era la sua casa.
1° INCONTRO CON REBECCA
L’aveva incontrata il primo
giorno di università, era arrivato con qualche minuto di anticipo, entrò
lentamente e si fermò per un attimo, si
guardò intorno, decise di sedersi in prima fila.
L’aula aveva un odore stantio di chiuso, ma ad Alessandro non
importava, c’era qualcosa in quel luogo che lo faceva sentire al sicuro.
Tirò fuori il suo blocco per gli appunti, la sua penna preferita e
posizionò lo zaino su un lato stando ben attento a tenerlo nella parte interna
della seduta, non voleva che si rovinasse.
Dopo pochi minuti il professore entrò, l’aula si era ormai riempita di
studenti rumorosi e disordinati, si calmarono soltanto alla vista
dell’insegnante che non si presentò, ma scrisse il suo nome sulla lavagna nera
alle sue spalle. L’aula era grande,
poteva contenere almeno duecento persone.
Il professore cominciò a spiegare, Alessandro prendeva appunti
diligentemente cercando di annotare il più possibile. Gli appunti erano una
parte fondamentale della lezione e se
presi nel modo giusto potevano anche essere fonte di guadagno, lo aveva sentito
dire in copisteria, la prima volta che era andato per fotocopiare uno dei tanti
tomi che gli avevano assegnato durante i pre-corsi.
D’un tratto qualcosa attirò la sua attenzione, la porta laterale
dell’aula si aprì, il suo cigolio attirò l’attenzione di tutti, poi si intravide una figura femminile. “ecco
pure la ritardataria!” pensò tra sé. Il professore fece finta di non aver visto
nulla e continuò a spiegare.
Alessandro si accorse che si stava dirigendo proprio verso di lui,
cominciò a muoversi sulla sedia e picchiettare la penna sul suo quaderno, poi
cominciò a scarabocchiare nervosamente un foglio bianco del suo blocco, la
ragazza si avvicinava sempre di più.
Vide una figura esile, piccola,bionda, con occhi grandi, azzurri, le
mani piccole e coperte da guanti che lasciavano scoperte dita perfettamente
curate e unghie smaltate di un colore rosso intenso. I suoi capelli ricoprivano gran parte delle
sue spalle, sembravano una nuvola gialla, le donavano un aspetto angelico e
affascianante. Alessando non credeva ai
suoi occhi, la ragazza più bella dell’univeristà era seduta proprio accanto a
lui. La guardò così intensamente che aveva paura di consumarla, non riusciva a
distrarsi, a distogliere l’attenzione da quella magnifica creatura. Come aveva
fatto a non notarla? Come aveva fatto a pensare che fosse la solita
scocciatura? Quella ragazza lo aveva rapito..
“Scusa mi fai copiare?” sentì improvvisamente Alessandro.
La ragazza senza nemmeno aspettare la sua risposta, si allungò per
poter vedere meglio gli appunti.
Alessandro si scostò leggermente, dandole la possibilità di copiare.
La guardò, poteva sentirne il profumo di lavanda, era davvero un angelo,
allungò impercettibilmente una mano,
avrebbe voluto accarezzare quella soffice nuvola bionda, avrebbe voluto che quel
momento non finisse mai, voleva trattenere quel ricordo per sempre, ma non si
mosse, per la prima volta si sentì indifeso.
Il suo cuore batteva troppo forte per poter anche solo pronunciare una
parola. Non sapeva cosa fare, sentiva solo che voleva rimanere lì vicino a lei.
Una volta copiati gli appunti lei lo guardò, sorrise e lo ringraziò.
Poi disse: “grazie sei stato gentile! Ah comunque io sono Rebecca!”
Alessandro la guardò inebetito, rapito da quegli occhi splendidi e
sinceri riuscì solo a biascicare: “Piacere Alessandro!”
La lezione era finita, il professore stava assegnando il lavoro per la
volta prossima.
“Accidenti che idiota! Non avevo nulla di meglio da proporle che un
bisacicamento di parole incoprensibili? Pensò infastidito Alessandro.
Poi la stessa voce che lo aveva stregato disse: “Alessandro senti perchè
non studiamo insieme?!
I tuoi appunti sono perfetti!”
Le labbra di Alessandro si aprirono impercettibilmente nel tentativo di
dire qualcosa, ma senza alcun risultato.
“Va bene lo prendo per un si! A dopo!” rispose Rebecca senza aspettare
un’altra volta una reazione dal suo interlocutore.
Lei se ne andò sorridendo. Lui aspettò di rivederla un’altra volta, ma
lei non tornò né quel giorno né il giorno seguente, semplicemente sparì.
2° incontro Alessandro e Rebecca
La lezione andò bene, quasi fin troppo, al limite del noioso. Gli
alunni quella volta erano della categoria: “pendo dalle tue labbra, sei un
mito!”
Tuttavia si sentì soddisfatto era riuscito a sviluppare tutto il
programma che aveva preparato.
Guardò ancora una volta quell’aula e sentì di aver lasciato qualcosa,
che finalmente ciò che aveva imparato da tutti quegli anni passati a studiare
era stato ripagato. I suoi pensieri
furono interrotti dalla suoneria del suo cellulare.
“Si pronto?” disse deciso e anche un pò scocciato, voleva perdersi
ancora un pò nei suoi pensieri.
“Buon giorno parlo con il Professor Conti?” disse una voce femminile
dall’altra parte.
“Certamente, con chi ho il piacere di parlare?” rispose un pò
incuriosito.
“Sono la Dott.ssa Morosi del quotidiano della zona io e la mia
redazione saremo felici di averla qui con noi per un’intervista. Abbiamo
appreso dal suo editore che sta uscendo il suo nuovo romanzo. Ci ha lasciato
una bozza. Che ne dice possiamo vederci oggi alle 17:00?”
Alessandro esitò un attimo, non ebbe il tempo di rispondere che sentì:
“Perfetto lo prendo per un si, ci vediamo oggi pomeriggio alle 17:00”
Alessandro ebbe un sussulto, un brivido salì lungo la schiena fino a
percorrere ogni fibra del suo corpo.
Non capiva, cosa stava succedendo? Perchè quella frase lo aveva colpito
così tanto?
Poi capì, era stata quella frase, quel momento, lo aveva già vissuto.
Era tardi, se voleva essere in redazione entro le 17:00 doveva
sbrigarsi, ma continuava ad esitare, non
era sicuro di voler fare quell’intervista.
Poi si decise, in fondo non aveva nulla da perdere e poi faceva lo
scrittore da molti anni, era abituato alla pubblicità, alle interviste, alle
presentazioni dei suoi libri.
Arrivò giusto in tempo, la Dott.ssa Morosi lo stava già aspettando. Non
poteva credere ai suoi occhi, quel volto, quella voce, quella frase. Non poteva
essere lei, non poteva rivivere quel momento.
Era sul punto di andarsene, quando la stessa voce che lo aveva stregato
disse: “Sei tu vero?”
“Io chi? Quello che hai lasciato come un ebete ad aspettarti? Beh si
allora sono io!” rispose Alessandro amareggiato.
“Scusami!” disse Rebecca sommessamente.
“Scusarti? Perchè dovrei? Chi ti conosce? Te ne sei andata!” disse
Alessandro questa volta arrabbiato.
“Senti, perdonami davvero ti spiegherò tutto.. ma resta per favore..”
Alessandro voleva andare via, voleva lasciarla lì, come lei aveva fatto con
lui, ma non ci riuscì e si sedette, sulla sedia che lei aveva preparato per
lui.
“Quel giorno in università, appena ti ho visto, mi hai colpito, volevo
conoscerti, mi dispiace ma io non sono abituata ad avere degli amici!”
“Me ne sono accorto!” disse sarcasticamente Alessandro.
Poi il silenzio, fu Rebecca ad interromperlo.
“Mio padre era un diplomatico, viaggiava spesso e noi, io e mia madre
lo seguivamo ovunque! Non avevo mai amici, e non sai che fatica entrare in quell’aula
quel giorno. Poi ti vidi e per un attimo tutto cambiò, eri così tenero e così
bello. Copiai i tuoi appunti, ma era una scusa, volevo stare vicino a te,
volevo provare a capire cosa vuol dire sentire l’odore di una persona..di un
ragazzo che mi piaceva..ma mi spaventai, sentivo qualcosa che non ero in grado
di gestire, non sapevo cosa voleva dire affezionarsi. Non ebbi bisogno di
capire chi eri, mi ero innamorata di te, fu un colpo di fulmine. Così mi
comportai come sempre, fuggii.”
“Capisco.. un pò da vigliacchi.. ma non ho mai smesso di pensare a quel
giorno..anche io avevo paura, ma ti aspettai per dieci lunghissimi giorni, ti
cercai e non ti trovai, il mio cuore era ridotto in pezzi, mi avevi lasciato
ancora prima di darmi una possibilità..” rispose Alessandro.
“Lo so..ma potrei rimediare se vuoi! Vivo a Milano da tanti anni ormai
e mio padre è in pensione. Non ho più scuse.. non scapperò!”
“Forse..” disse Alessandro
“Forse cosa?”
“Forse ti darò una possibilità!” disse Alessandro sorridendo.
Rebecca si avvicinò lo abbracciò, quesata volta Alessandro non esitò,
ricambiò il suo abbraccio.
Finalmente si erano ritrovati per restare lì, insieme.

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