Per la rubrica "RACCONTI": L'EREDITA' DEL TEATRO... di Giulia De Nuccio
“Un giorno tutto questo sarà tuo!” Erano state le ultime parole che Serena aveva sentito pronunciare dal grande Alessandro Ronchi, suo padre. Alessandro Ronchi non era solo il fondatore di uno dei teatri più antichi e rinomati d'Italia ma anche il più illustre pioniere del teatro popolare, delle commedie brillanti alla portata di tutti. Serena ne era consapevole e per questo motivo quelle parole le erano risultate quasi indigeste, come se quel “tutto questo” fosse qualcosa di troppo pesante da poter sopportare. Lei era nata in quell'ambiente. A soli sei anni era già sul palco per piccole parti, “ per farti le ossa” le ripeteva sempre suo padre. Ricordava ancora la prima volta che era entrata in quel luogo, che suo padre le descriveva come magico, dove ognuno poteva essere e diventare ciò che desiderava. Era un luogo classico con le tende di broccato rosso, un palco profondo ma non troppo alto per poter garantire una buona visione a tutti gli spettatori e poi quell'odore di stantio polveroso che a chiunque sarebbe risultato insopportabile. Per Serena invece quell'afrore sarebbe stato il profumo del suo successo... ma anche il suo più grande fardello. Non immaginava una vita senza arte, senza quell'adrenalina che contraddistingue ogni spettacolo, ogni volta diversa ma ugualmente intensa. Quel teatro era l'anima di suo padre e lei non era sicura di poter tener vivo quel ricordo troppo ingombrante. Così quel giorno, davanti al buon vecchio e affidabile notaio commercialista Sarti, pronunciò parole istintive che le facevano paura ma che non poteva tenere per se:
“No, non sono pronta. Non firmo!” Recitare era il suo più grande sogno ma quel teatro però era la croce più pesante, un'eredità che non era in grado di portare avanti. Così credeva lei.
“Signorina Ronchi, forse non le è chiaro che lei è la legittima erede del Teatro Ronchi, un luogo che suo padre ha generato dal nulla e mantenuto con impegno e ardore. Non può tirarsi indietro, almeno per la legge. Il testamento parla chiaro, cito testualmente: Il Teatro Ronchi dovrà essere di proprietà di mia figlia Serena Ronchi, senza esclusione di dubbio o incertezza. Nessuno potrà possederlo e non potrà essere ceduto o venduto se non dopo la prima decade della nuova attività di mia figlia.”
“Grazie per la precisazione Dott. Sarti, ma la mia risposta è sempre no! Non gestirò l'impero di mio padre.”
“Signorina Ronchi, ha idea di cosa stia facendo? Sa in quanti vorrebbero essere nella sua posizione? Lei sta gettando via un'opportunità del genere per cosa, un capriccio? Io conoscevo bene suo padre e sono legato alla sua famiglia da decenni, non posso permettere che tutto questo venga distrutto. Per di più, le ripeto, il testamento parla chiaro!” Le parole dell'avvocato avevano un tono deciso e incontrovertibile. Sapeva il fatto suo e non era un caso che il padre teneva molto a questa collaborazione lavorativa che durava da molto tempo.
“Senta Dott. Sarti, non è un problema mio. Trovi una soluzione. Parli con un avvocato, faccia ciò che deve. Potrò anche essere la proprietaria di tutto ma non ho intenzione di prenderne in mano le redini. Sono un' attrice e per me va bene così, non desidero altro.” Serena era furiosa. Non voleva quel dono così grande ma, essendo l'unica erede, sarebbe comunque toccato a lei. Si alzò e se ne andò, senza dare altre possibilità di replica al povero Sarti che rimase con la penna sospesa a mezz'aria e un'espressione incredula.
Serena sapeva che prima o poi un'attrice del suo talento e del suo calibro avrebbe gestito un teatro, una scuola di doppiaggio o insegnato in qualche altro luogo didattico. Tuttavia non desiderava assolutamente portare quel peso sulle sue spalle proprio ora. Aveva assistito impotente a come quel teatro aveva cambiato suo padre il quale ne era ossessionato come fosse quasi la sua unica ragione di vita.
Amava suo padre e amava recitare ma piano piano aveva visto quel palco diventare lo scenario di una tragedia, il motivo del logoramento del rapporto dei suoi genitori e dello spegnimento di un amore che ormai era solo rivolto a quattro mura e non più alla famiglia. Così Alessandro aveva sposato il suo teatro e divorziato da sua moglie Teresa che, da quel momento, non era stata più l'allegra e spensierata madre che rimboccava le coperte alla figlia ogni sera con storie rocambolesche e imitazioni perfette dei personaggi famosi. Invece si era trasformata nell'ombra del suo passato, da donna allegra e piena di vita ad ombrosa e assente. Serena non aveva avuto scelta che assisterla, aiutarla e coccolarla. Si era così sostituita al padre ed era diventata l'unica compagnia per sua madre che stava sempre più cadendo in un triste stato depressivo. Da quel momento Serena giurò a se stessa che avrebbe recitato sopra qualsiasi altro palcoscenico ma non al Ronchi, nemmeno per tutto l'oro del mondo!
Tuttavia la vita non le aveva ancora presentato tutte le sorprese del caso.
Qualche tempo dopo l'incontro con Sarti tutto cambiò ancora una volta e fu addirittura sua madre ad aiutarla, per la prima volta dopo molti anni.
Serena si recava a casa di sua madre tutte le settimane, a giorni alterni. Teresa era autosufficiente ma era necessario controllare che prendesse tutte le medicine nel giusto ordine. Il suo brutto esaurimento nervoso si era trasformato in qualcosa di cronico che l'accompagnava in ogni momento proprio come un'ombra scura e minacciosa.
“Ciao mamma sono arrivata!”
A quel saluto non seguì alcuna risposta, così posò all'ingresso le due buste della spesa e si recò in cucina ma Teresa non era nemmeno lì. Passò al soggiorno e la vide sulla poltrona, proprio quella poltrona che una volta era stata scenario di storie inventate, lette, recitate per lei davanti alla grande finestra che si affacciava sulla città. Lo sguardo di quella donna logora dal peso di un male impalpabile era lucido e vivo per la prima volta in tanto tempo. Le sue mani grandi e nodose reggevano un foglio, una lettera che non stava leggendo ma che sembrava essere qualcosa di prezioso.
“Mamma cosa succede? Perché non sei in camera a riposare?”
Teresa non rispose subito, si girò e la guardò dritta negli occhi. “Serena ho dormito abbastanza, forse troppo, forse tutta la vita. Non sarò stata sempre lucida o presente negli anni ma è arrivato il momento che tu sappia la verità, che tu legga questa lettera”
“Di cosa si tratta? Cosa stai dicendo mamma?” Serena si preoccupò immediatamente. Non aveva mai visto la madre con quello sguardo sul viso.
“Sto dicendo che devi smetterla di essere arrabbiata, di non accettare i doni che la vita di dà, di odiare il tuo nome. Apri gli occhi. Questa è per te. Tuo padre mi fece promettere di dartela solo quando avresti accettato di gestire il teatro. Leggila e capirai”
“Cosa?! Come puoi difenderlo ancora?? Papà ci ha abbandonate! quel maledetto teatro era la sua famiglia. Noi eravamo solo una parentesi sbagliata nella sua carriera!” rispose Serena stizzita.
“Questo non è vero Serena, tu lo sai... Per favore leggi questa lettera, te ne prego” disse Teresa con tono pacato e materno rivolgendole uno sguardo supplichevole.
Serena prese quel foglio tanto prezioso quanto maledetto ai suoi occhi. Per quanto fosse arrabbiata, delusa e stanca non volle deludere sua madre che si trovava in quello stato.
Così cominciò a leggere.
“Cara Serena,
So che in questo momento tutto ti sembrerà difficile e so che pensi che questo teatro sia la rovina della nostra famiglia, ma non è così. Il Teatro Ronchi è stata la nostra casa per tanto tempo, il nostro rifugio, il nostro mondo. Hai capito bene, NOSTRO. Tua madre ed io abbiamo lavorato sodo per lasciarti un'eredità, qualcosa che ti avrebbe aiutato. Forse non lo sai ma è stata di Teresa l'idea di aprire un'attività come questa in tempi in cui soltanto una piccola elité di privilegiati poteva permettersi la visione di uno spettacolo. Poi è arrivata la malattia di tua madre. Inizialmente erano solo piccole crisi di nervi, curabili con riposo e qualche goccia di valeriana, ma poi tutto precipitò. Ero pronto ad abbandonare il teatro, ma Teresa mi fece giurare che non avrei distrutto tutto il lavoro che insieme avevamo svolto ad ogni costo e rischiando tutto. Lei era l'anima della mia vita, ma per tener fede a quella fatidica promessa, ho perso te. Mi sono aggrappato al teatro, al ricordo delle risate di Teresa, ai giorni passati a lavorare insieme qui con amore. Infine mi ci sono rinchiuso per sempre. Non volevo abbandonare quel barlume di felicità che conservavo gelosamente e non sono riuscito a condividerlo più con nessuno. Questo era l'unico mondo che conoscevo, l'unico luogo dove le tristezze sparivano. Ma non ho lasciato le porte abbastanza aperte, così tu un giorno sei rimasta fuori da qui e dalla mia vita. Sono felice che tu sia diventata un'attrice nonostante tutto e spero che un giorno potrai capire le mie parole. Voglio che tu sappia che non ho mai pensato di abbandonarvi. Nell'ombra e nel silenzio vi sono stato sempre vicino, anche dopo il divorzio e l'aggravarsi di tua madre ma nonostante tutto non sono stato capace di dimostrare ciò che sentivo. Ero solo un uomo triste che si è rifugiato in ciò che non poteva tradirlo: il teatro.
Ti voglio bene e te ne vorrò sempre!
Mi dispiace molto figlia mia, ma spero che questo luogo ora possa appartenere a te. Fanne ciò che vuoi, ma ti prego vivilo e trasformalo nel tuo mondo, nella tua casa, per te e per le persone che ami. Non lasciare che le mie debolezze e i mie errori rovinino la tua vita. Tu meriti il meglio.”
Con vero amore,
Tuo padre...
Serena non riusciva a capire se si sentiva sollevata o frustrata.
Suo padre, il “grande” Alessandro Ronchi era un uomo debole. Un uomo che rappresentava su un palco ogni tipo di emozione ma poi non riusciva a gestirle con chi lo amava nella realtà. Aveva sempre pensato che fosse un padre assente ma una persona precisa, metodica e calcolatrice. Invece era solo umano con tutto ciò che ne concerne. Non era sicura di volerlo perdonare, ma forse doveva dare una chance a quelle parole che nascondevano una fragilità che non aveva mai notato nell'apparente sicurezza del padre. Aveva sempre pensato che quella di Alessandro fosse stata una scelta egoistica, dettata dalla voglia di appartenere ad un solo mondo e non aveva capito che vi si era rifugiato per paura. Si era sentita abbandonata per così tanto tempo.
In quel momento guardò gli occhi di sua madre, lucidi, commossi ma presenti e amorevoli. Forse prese quella decisione per non deludere Teresa o forse era arrivato il momento di archiviare quei sentimenti. Probabilmente quel luogo che era stato oggetto di odio, rancore e tristezza poteva essere invece l'anello di congiunzione tra i ricordi del passato ed il presente. Avrebbe potuto donargli nuova vita e forse non tutto era perduto come pensava fino a pochi minuti prima.
“Non so cosa dire mamma... Ho sempre pensato che papà fosse un egoista e invece era solo un uomo fragile e triste.” Serena fu colpita dalla sua voce così commossa ed emozionata per tutto questo.
“Serena... Tutte le persone hanno delle debolezze, ma non vanno mai giudicate. Non possiamo sapere cosa provano davvero. Sii orgogliosa di te e fai del dono di famiglia il tuo luogo, la tua eredità.”
Senza aggiungere altro, abbracciò sua madre come non aveva mai fatto. Lo fece con uno speciale trasporto dettato non solo dall'affetto che provava per lei ma anche dalla consapevolezza che, nonostante tutti quei sentimenti negativi, i suoi genitori erano stati sempre presenti anche se a modo loro.
Quando chiuse la porta della casa della madre, Serena capì cosa doveva fare. Si rese conto che il teatro, quel teatro, non era una sventura ma bensì una nuova avventura tutta da vivere. Digitò il numero che le avrebbe cambiato per sempre la vita.
“Buon giorno Dott. Sarti, sono Serena Ronchi. Le devo parlare.”
Giulia, che bel racconto!!! Complimenti, mi hai riempito il cuore!!! Um abbraccio!!!!
RispondiEliminaGrazie Telma! Sei troppo gentile :-) Sono contenta che ti sia piaciuto, ne scriverò altri... :-)
RispondiElimina..E non è finito: presto ci sarà una specia di "seguito" a questa storia !
RispondiEliminaPresto nuove avventure, ma no spoiler!! :-)
EliminaAspettiamo, allora!!!
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