Il giorno dopo... di Giulia De Nuccio


Cosa succede quando perdiamo ciò che ci è caro? Cosa succede quando la nostra vita cambia così radicalmente da dover ricominciare da zero con i mezzi che ci sono rimasti? Cosa succede, la mattina dopo, quando realizziamo cosa ci è accaduto davvero?

Tutte queste domande se le è poste Mario Calabresi nel suo nuovo libro (che non ho ancora letto ma sul quale mi sono documentata) .

Non voglio parlarvi solo di un caso letterario ma del suo autore, cercare di dare una risposta alle domande presenti all’inizio di questa mia pagina di diario virtuale.

Calabresi è un giornalista di spessore che io ammiro da tempo. Il suo primo libro “Spingendo la notte più in là” l’ho acquistato, se non ricordo male, nel lontano 2007 quando ancora non ero consapevole dei miei desideri artistici. Ho avuto la fortuna di assistere ad una sua presentazione proprio qualche giorno fa e mi sono trovata davanti un uomo felice del lavoro svolto ma anche stanco degli oneri che ne sono derivati.

Come per molte persone anche lui ha perso un lavoro che amava, ha dovuto separarsi per un po’ dal mondo giornalistico e non per sua scelta ma sostanzialmente per decisione altrui. In quel momento, quando Calabresi ha raccontato le sue vicissitudini lavorative, mi sono chiesta cosa succede quando perdi davvero tutto quello per cui hai lavorato e soprattutto cosa succede se si è arrivati ad un livello tale di carriera dove perdere tutto può anche voler dire tornare indietro sui propri passi?

Ovviamente un uomo del suo calibro non credo farà fatica a rinnovarsi e a ricreare qualcosa che sia cucito su di lui ma nonostante ciò penso che non sia facile, soprattutto quando le proprie idee vanno contro a quelle che la società impone. L’autore ha confessato di amare un giornalismo pacato, fatto di notizie che hanno bisogno di essere capite e assimilate con calma dalla gente e di contestare  l'informazione urlata e urgente dell’ultimo minuto. Questo mi ha fatto anche pensare che essere il direttore di un giornale importante non sempre è l’unico obiettivo di un giornalista che ama il suo lavoro. Forse per essere al passo con i tempi bisognerebbe crescere insieme agli usi e costumi più “aggiornati”, ma non sempre questi ultimi sono davvero consoni ad una società rispettabile o a noi stessi.

Perdere tutto vuol dire rimboccarsi le maniche, deviare il percorso che ci eravamo prefissati e a volte voler dire tornare indietro e provare a ricostruire. La mattina dopo è sicuramente quella più snervante perché ci rende consapevoli del passato ma ancora non ci dà indicazioni sul futuro. Quindi credo che i giorni successivi siano quelli decisivi perché anche davanti ad una realtà scomoda ci fanno reagire e continuare.

Nel caso di Calabresi, il giornalista ha continuato a scrivere e non si è arreso, ha elaborato un nuovo romanzo facendo in modo che la scrittura facesse ancora parte della sua vita.

Sono convinta che sia questa la strada giusta: continuare a perseguire ciò che vogliamo fare anche se la vita ci costringe a deviare e quindi ad essere ciò che desideriamo ma in contesti diversi. E’ assolutamente doveroso rimanere saldi e coscienti, consapevoli del fatto che per ogni deviazione c’è sempre un’altra strada che ci aspetta.

Che dire ancora?

Un saluto “deviante” a tutti,

La vostra blogger,

Giulia

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