Una matrioska di emozioni...

Disegno di Davide Poli
Un giorno una lettrice del mio blog decide di spedirmi un piccolo pacchetto, qualcosa di suo che lei aveva apprezzato molto e che desiderava che io avessi. Non solo ho apprezzato il regalo ma anche il gesto. Credo che donare qualcosa di proprio a qualcuno, che si conosce solo a distanza, sia un atto di grande generosità!

Così mi arriva questo pacchetto pazzesco, e indovinate? Era un libro! Il libro è stato scritto da Valentina D'Urbano il titolo è “Il rumore dei tuoi passi”. E' una storia di sentimenti nascosti, non detti e sepolti nel cuore oppure manifestati nel modo più sbagliato possibile con rabbia e violenza, come se l'amore fosse davvero l'alter-ego dell'odio. Una storia struggente, crudele, che però rappresenta in toto gli anni ottanta italiani, fatti di speranze ma anche di tossicodipendenza, degrado sociale, case occupate, fortezze fisiche e sentimentali erette per potersi proteggere dalle brutture esterne.

Ciò che ho percepito leggendo è stato questo continuo nascondere, mascherare emozioni forti o esternarle in modo violento. Frutto di una repressione condizionata dalla società e dalla vita non semplice dei protagonisti. In tutto quel marciume i ragazzi si divincolano e destreggiano in una collettività assente che non fa nulla per loro. Nemmeno i genitori sono figure sempre presenti, tanto meno li aiutano a capire che le strade sono tante e che il degrado in cui vivono non li identifica come persone ma è solo una condizione che non hanno scelto. Perciò i ragazzi reprimono, nascondono e stratificano emozioni e quelle più difficili da esternare le relegano in fondo alla propria anima senza farle mai uscire davvero. Si crogiolano nella loro rabbia e ciò che appare sembra funzionare, ma poi dentro è tutto in subbuglio e schiacciato in fondo al loro cuore. 

Io credo, invece, che ciò che sentiamo vada esternato con passione, con tutte le capacità che abbiamo, altrimenti rischiamo di esplodere e di rimanere rinchiusi per sempre in un mondo fatto solo di vuoto, soprattutto quando ciò che proviamo è amore, passione, voglia di riscatto in tutte le loro forme. La nostra identità sembra assomigliare sempre più ad una Matrioska dove ci sono tanti piccoli contenitori ognuno perfettamente incastrato nell'altro ma mai totalmente chiusi. Ogni emozione ha la sua apertura, ogni emozione può trovare la sua giusta via d'uscita e deve farlo!

Che dire ancora?

Un saluto “matrioskoso” a tutti!

La vostra Blogger,

Giulia



Commenti

  1. Ciao, Giulia!!!
    Non riuscirei mai a fare una descrizione del libro come la tua. Logico... sei una scrittrice!! E bravissima!!!
    In verità mi piace molto regalare le persone che tengo nel cuore. Hai sempre amato i libri, e tengo con me che un libro non può stare fermo sullo scaffale, deve circolare, anche se deve cambiare continente! Mi piace regalare, mi piacciono i libri, che piacciono anche a te, allora perché non fare una amica felice?
    Peccato che abitiamo così lontane, altrimenti ci cambieremmo molti libri!!
    Questo libro mi ha fatto sentire molte cose contraddittorie: tristezza, gioia, pietà, rabbia, rivolta. Davvero non è una bella storia, la solita storia d'amore che finisce sempre bene.
    Mi ha anche fatto imparare molte nuove parole, come "dare una botta", "roba", ed altre parole proprie da trafficanti kkk. Quando ho finito, sentivo un vuoto dentro, penso che sono così abituata a una storia più mite che l'amarezza di questa mi ha fatto venire voglia di piangere spesso.
    Penso che questo era ciò che l'autore voleva che provassimo, e non la sensazione di un lieto fine.
    Alla fina... mi è piaciuto il libro per farmi provare tante emozione.
    Mi è piaciuto il paragone della nostra vita con la Matrioska. Ne ho una sul mio tavolo, al lavoro. Veramente abbiamo una emozione in ogni apertura, che riappare e scompare ad ogni fase della nostra vita.

    Un abbraccio forte forte dal Brasile!!!

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    1. Ciao Telma!
      E' vero se abitassimo almeno nello stesso continente, ci scambieremmo un sacco di libri, nel vero senso della parola. E' bello avere delle cose in comune e credo che sia alla base di ogni conoscenza o amicizia. Questo libro in particolare descrive una realtà che purtroppo non si è mai estinta, ancora oggi ci sono situazioni di questo genere. Negli anni '80 del secolo scorso (mi sembra di essere centenaria quando penso a quel periodo) la situazione in Italia (in molto zone) era molto simile a quella che si descrive nel libro. Oggi, non ne sentiamo più parlare in questo in modo ma il problema non è sparito, si è semplicemente adattato. Ad ogni modo i libri ci donano emozioni, pensieri, ci fanno riflettere e così riusciamo a capire meglio anche la realtà che ci circonda.
      Quindi non abbandoniamoli mai!
      Inoltre credo che un gesto come il tuo sia davvero bello, "far circolare" un libro al quale si è legati è un atteggiamento di grande generosità e bellezza! :-)

      Grazie per la tua sempre gentile solarità!

      A presto amica mia! :-)

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  2. Buona notte gente! Saluti!
    Mi scuso per la mia assenza nelle ultime settimane, è che quest'anno ho deciso che finirò un brutto corso universitario ed è molto difficile conciliare vita accademica, professionale e personale. Ma non siamo qui per lamentarci, giusto!
    Qualche tempo fa, Telma mi ha raccontato di questa storia che all'inizio non le piaceva. Mi ha detto che era un racconto pesante di adolescenti, un genere letterario con cui non ho molti contatti. Certamente l'adolescenza è un periodo transitorio e turbolento per molte persone. La ricerca dell'accettazione in gruppi sociali o tribù è qualcosa che viene perseguita intensamente e talvolta la forma di inserimento in questi gruppi avviene attraverso prove come l'uso di droghe e altri “rituali di approvazione”.
    Forte abbraccio.

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    1. Ciao Gabriel!
      Grazie per essere tornato in questo piccolo spazio!

      E' un libro sicuramente molto serio e drammatico, ma non racconta la vita di adolescenti sbandati che non sanno cosa fare, è un discorso molto più ampio. Non è semplice da capire per chi non ha vissuto l'Italia del secolo scorso, (spesso lo è anche per me) ma alcune realtà erano come quella descritta nel libro.
      Però è vero, spesso si ricorre a sostanze esterne solo per essere accettati o perché si è disperati e si pensa di non avere alcuna prospettiva.
      E' un discorso complesso, ma credo che voi in ogni caso abbiate colto l'essenza delle parole scritte.

      Grazie ancora Gabriel per la tua riflessione!

      Un saluto grande grande!

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  3. Ciao a tutti!
    Ogni tanto compaio anchio per un piccolo commento veloce.
    Premettendo che non ho potuto leggere il libro causa lontananza forzata da Giulia. Ho pensato subito che il tema potesse essere perfettamente abbinato al concetto legato all'oggetto Matrioska.
    L'epoca trattata nella storia l'abbiam vissuta da bambini qui in Italia e non ci ricordiamo quasi niente, tranne che per esempio i silenzi della gente per strada. in quei tempi le persone erano molto taciturne e se parlavano non esprimevano mai quello che pensavano realmente, se non all'interno delle proprie case e solo con i famigliari.
    Siamo ora in uno squallido periodo dove le persone stanno ritornando proprio ad indossare maschere e mentire, mentire su qualsiasi cosa. Chi tenta di raccontare il vero, in generale, viene addirittura insultato in diretta televisiva, e nessuno fa niente.
    Ho sempre ripetuto che le emozioni vanno vissute e, se possibile, buttate fuori. Come anche il "gesticolare" con le mani è fondamentale per esprimere al meglio qualunque cosa. Esprimersi e gesticolare sono atti che appartengono geneticamente all'essere umano. E' faticoso fare tutto questo perchè la maggior parte della gente ritiene sia inutile e addirittura pericoloso, ma è proprio questo che ci rende vivi (gli animali lo sanno bene).

    Un saluto a tutti!

    Davide

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  4. Ciao cara Giulia!
    Ricevere dei regali inaspettati è qualcosa di meraviglioso.
    Avendo parte della famiglia lontano comprendo molto bene quanto sia gradito ricevere un dono da chi ti ama e ti dimostra il suo pensarti.
    In quanto al libro, che non conosco, comprendo si tratti di qualcosa di molto intenso per te e per molti di noi.
    Non sempre esterniamo i nostri pensieri, è vero, ma le motivazioni sono varie come vario e il popolo e le singole persone. È sbagliato anche giudicarle, secondo me, perché bisogna andare in profondità ed a volte sono ragionati e giusti i silenzi.
    Quindi forse bisognerebbe trovare una via di mezzo. Essere saggi e parlare solo se necessario e se non danneggia qualcuno o qualcosa. Ovvio che poi chi troppo resta in silenzio poi esplode. Ma se ponderiamo bene i pensieri e le parole tutto sarà più facile e buono.
    Quindi approvo solo in parte il tuo pensiero e quello del tuo Davide che comunque ho gradito molto.
    Abbraccio forte e grazie della tua presenza gradita da me.

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    1. Ciao Pia!

      Grazie per essere passata di qui!
      E' bello accorgersi di come i vari argomenti trattati possano appassionare le persone.

      Ciò che volevo sottolineare era come la troppa repressione di sentimenti, emozioni, gesti o situazioni possano sfociare in qualcosa di negativo.
      Non ho mai amato gli estremi pertanto penso che anche reazioni assai accentuate ed opposte alla repressione non siano totalmente giuste, insomma "il troppo storpia".

      Tuttavia la mia era una riflessione un po' più ampia perché nel libro non erano solo le emozioni ad essere in qualche modo represse, ma anche situazioni estremamente difficili e complicate.
      Esprimersi, parlare, sentire, vivere momenti particolari fanno parte del nostro quotidiano, ci aiutano a sentirci vivi e soprattutto a capire la vita.

      Per esempio l'arte in tutte le sue forme è un buon modo per tirare fuori ciò che abbiamo dentro, ciò che immaginiamo, desideriamo per noi o abbiamo vissuto, belli o brutti che siano. Esternare non vuol dire fare ciò che si vuole in toto, ma riuscire ad esprimere ciò che siamo con gesti ed emozioni.
      Io, come Davide, gesticolo, parlo con passione e racconto storie di vita o inventate a seconda delle situazioni. Questi sono alcuni dei miei modi per esternare ciò che sento.

      Ti faccio un altro esempio.

      Quando si interpreta un personaggio si comunica qualcosa detto da altri, ma si attinge sempre da un'emozione anche remota che abbiamo dentro di noi. Quell'emozione viene rappresentata su un palco, ma è reale, c'è e la esprimiamo attraverso un linguaggio che non è nostro, ma che in quel momento ci appartiene.
      Questo è un modo lecito, accettato di sfogare o esternare ciò che possiamo sentire.
      Ponderare è spesso una buona scelta, ma essere sempre e comunque compiti ci porta pericolosamente verso una repressione ideologica e sentimentale che ci può danneggiare e non aiutare.

      Grazie infinite per la tua partecipazione a questo piccolo spazio. In fondo i blog sono proprio questo: "diari aperti".

      A presto e un abbraccio grande!

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    2. Ora ho compreso meglio ciò che intendevi dire e non aggiungo altro.
      Ho anche conosciuto con più chiarezza il senso di una buona interpretazione teatrale e per questo ti ringrazio molto.
      Perso che sia molto importante il confronto sincero, aperto e rispettoso anche se qualche idea può essere non proprio condivisa.
      Bacissimi, ciao e di nuovo grazie.

      P.s. i "diari aperti" non sono sempre facili da gestire, quindi per me la prudenza non guasta anche lì. 😉

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